martedì, luglio 08, 2008
L’avvocato Barcone deve nascondere qualche segreto talento, perché null’altro potrebbe indurre un potenziale cliente ad assumerlo. Non ispira alcuna fiducia, non rassicura chi sia in ambasce, è ispido e pelosetto ed il suo studio sembra un campo di battaglia su cui le vittime giacciono dimenticate, in forma di cartelle legate con lo spago sparse qua e là. Sono curioso di capire quale sia il suo colpo magico, dove si nasconda la qualità che fa di lui un avvocato impresentabile eppure vincente. Sì, perché l’avvocato Barcone, che ci si aspetterebbe essere regolarmente estromesso dalle sacre aule giudiziarie a causa del dubbio look e dell’onnipresente sigaro puzzone, in realtà le cause le vince: e spesso le vince partendo da posizioni in apparenza impossibili, ed a volte risolvendo casi che ingannano altri avvocati ben più eleganti e famosi. Me ne sto seduto ad ascoltarlo –devo essere uno dei pochi che manifestano interesse per le sue storie- mezzo avvolto dalla nube di fumo cilestrino che tutto intride di un odore stantìo da sala biliardi.
“Vedi per esempio quel cretino dell’avvocato Cadozzi, quello che è anche presidente dell’Ente Ricerca Clinica, cosa c’entra lui con le cliniche vorrei proprio saperlo…” Estrae un lungo fiammifero da qualche anfratto della scrivania per infiammare ulteriormente il sigaro. “Be’, senti un po’ questa: una di quelle donne che una volta venivano giù dal Carso col tram di Opcina, quello blu a cremagliera, portandosi sulla testa il bidone del latte appena munto da distribuire casa per casa in città, aveva l’abitudine di depositare il bidone, pesantissimo, nell’atrio di una casa di quattro o cinque piani per poi salire verso i vari appartamenti portandosi dietro contenitori più piccoli, da cui versava il latte che gli inquilini chiedevano. Te le ricordi quelle donne?” “Certo, le ricordo benissimo: anche mia madre comperava il latte da loro, poveracce. E noi stavamo al quarto piano…” L’avvocato Barcone sembra indifferente a questa notizia, e prosegue. “Là vicino, proprio accanto a quel portone, aveva aperto una latteria una triestina che non voleva saperne di quella concorrente. Così ebbe una gran pensata: convinse il suo amico, che doveva essere anche lui un po’ scemo, a versare nel bidone parcheggiato ed incustodito un litro di petrolio, che avrebbe rovinato tutto il latte. Ma l’astuta manovra fu in qualche modo scoperta, e la coppia fu denunciata. Venne incaricato l’avvocato Cadozzi, gran luminare della scienza forense, che in breve, grazie alle sue raffinate tecniche di difensore, riuscì a far condannare in prima istanza la coppia criminale ad innumerevoli anni di galera per tentata strage.” “Tentata strage? Mi sembra spropositato!” “Ha! Ma quel trombone, con la sua prosopopea e le sue enfatiche arringhe c’era riuscito, a far condannare i suoi clienti come fossero i peggiori terroristi del pianeta.” Si interrompe per grattarsi un pochino naso ed orecchie, scuote la cenere del sigaro e riattacca. “Disperati i due malfattori sono venuti qui da me, per l’appello, perché avevano perso un po’ della fiducia nel loro difensore. Ho spedito un mio collaboratore istriano a fare qualche ricerca dalle sue parti in Istria, ed è risultato che il petrolio, in piccole dosi, veniva propinato ai bambini insieme al latte per liberarli dagli ossiuri, che sono dei vermetti che a volte i bambini hanno in pancia. Così ho costruito la difesa sulla base di una sostanziale innocuità del petrolio diluito uno a cinquanta (un litro di petrolio, cinquanta di latte). Risultato: condannati per danneggiamento ed a risarcire il danno. Niente tentata strage, nemmeno un misero tentato omicidio. Alla faccia dell’avvocato Cadozzi.”
lunedì, giugno 16, 2008
Mi sogguarda da sopra gli occhialetti, seduto alla scrivania di un ufficio che sembra non aver visto né straccio per la polvere né mano ordinatrice da chissà quanto tempo. Mucchi di pratiche e fogli affastellati ovunque, segreti ed affari, comparse e prove, testimonianze e memorandum: l’antro dell’avvocato Barcone deve averne viste di tutti i colori, le pareti sembrano echeggiare storie e tormenti e dubbi e speranze, e lui, l’avvocato, si gratta il cranio da cui spuntano radi capelli grigi con una matita mentre mi soppesa per valutare se gli sto propinando un sacco di aria fritta o, al contrario, qualche buona idea. L’avvocato Barcone è il primo cliente della mia neonata agenzia di pubblicità, quella che dovrebbe alimentarsi delle mie brillanti idee oltre che dell’apporto diplomatico di mio suocero che, assai ben introdotto in città, farà sicuramente affluire alla mia porta torme di abbienti industriali bisognosi di consigli creativi su come meglio vendere le loro salsicce ed il loro caffè. Sono un musicista, ma tengo famiglia: perciò ci si aspetta che me ne occupi, e dunque eccomi qua a tentar di provare al mio ospite sudaticcio che la mia opera di pubblicitario gli è indispensabile.
Alla periferia dell’impero di questi tempi i vari commercianti di livello medio-basso non hanno alcuna fiducia nei magici effetti della pubblicità, e devo dire che anch’io non ho in proposito un’opinione precisa: mio compito però è convincerli che se non si fa alcuna promozione, diventa inevitabile esser superati dalla concorrenza, e dunque, avendo a disposizione proprio qui davanti un vero pubblicitario –sia pure alla gavetta- è opportuno approfittarne.
L’avvocato Barcone alle sue attività forensi abbina alcuni interessi collaterali: possiede una piccola fabbrica di yogurth ed una compagnia di taxi. Lo yogurth è l’oggetto della discussione: se ne vende poco, occorre trovare un modo per aiutare i gestori di latterie e barrettini a smerciarne molto di più. Ma mentre se ne parla, ecco apparire nel suo sguardo una luce maliziosa, un raggio riflesso lievemente diabolico.
“Ha -mi fa- ma lo sa lei che cosa ho scoperto? Siccome ho pensato di ricominciare ad usare i barattolini di vetro perché quelli di plastica mi sembrano poco naturali (il suo yogurth è fresco, l’invenduto viene ritirato dalle latterie dopo tre giorni) ho fatto degli esperimenti con i barattoli degli omogeneizzati per bambini….” Si interrompe ed io ho spazio per dire “Ah, buona idea! E come è andata?”
“Lo sa che nei cibi per bimbi è vietato usare roba chimica per la conservazione?”
“Be’, mi sembra giusto: mangeranno un sacco di robaccia più avanti…”
“Insomma, ho lavato e sterilizzato una decina di barattoli e ci ho messo lo yogurth a cagliare: non caglia. Lo yogurth caglierebbe dappertutto, è una reazione naturale del latte quando gli metti dentro i batteri. Nei barattolini dei bimbi non caglia. Ecco dove mettono i conservanti: nel contenitore!” Se tirasse fuori una pipa e l’accendesse avrebbe la stessa espressione soddisfatta di Sherlock Holmes quando scopre il colpevole. Non ho capito bene se mi ha raccontato questa storia per integrare la mia conoscenza sull’argomento yogurth o se ha voluto farmi arrivare il messaggio che a lui nulla sfugge. Io non batto ciglio e conservando la mia espressione interessata e sorpresa estraggo rapidamente una cartellina di menabò (sono i disegni e collages preparatori) e gli illustro un paio di idee che per fortuna gli sembrano buone, e dunque posso procedere con la stampa dei manifesti. Stretta di mano, piacere piacere, finalmente le scale e la speranza di rivedere il sole. Alla prossima, mio primo cliente.
domenica, giugno 08, 2008
Ultimi aggiornamenti. Dopo molte ambasce ho deciso che la mia anziana tastiera, detta master-keyboard, è ormai giunta all’età della pensione e non è più in grado di starsene al centro del sistema di registrazione attualmente in uso. E’ un fatto doloroso perché quando la comperai era al top della flotta, dotata di marchingegni incomprensibili ma molto decorativi, ognuno con lucine e leds colorati che la facevano sembrare un autocarro afghano. Anche per la dimensione. Ottantotto tasti, circa ottantasette in più rispetto a quelli che di solito utilizzo (mi piacciono le melodie semplici), ed una risposta del tasto calibrata e studiata in modo da imitare la risposta del tasto di un pianoforte vero. Questo accorgimento, che fa costare l’attrezzo circa il triplo di quello che dovrebbe, è piuttosto importante per i pianisti seri abituati agli Steinway, ai Petrof, ai Pleyel. La complicata meccanica che in un pianoforte vien messa in moto dall’impulso del dito sul tasto, con tutti quei collegamenti di leve, cinghiettine, martelletti e feltro percussivo, in effetti offre una certa resistenza alla pressione e restituisce un rimbalzo adeguato cui la mano si abitua: se ne sente la mancanza quando si suonano i tasti –di plastica invece che di avorio- delle tastiere attuali, leggerissimi ed evanescenti. Così mi son preso una tastierina di quattro ottave, quarantanove tasti, che sembra comunicare benissimo con il computer ed i suoi suoni interni. E già, perché le master keyboards non emettono suoni. I suoni vengono generati da oscillatori interni al computer, o da elementi esterni (sequencers, campionatori ecc.) che, a seconda della loro sofisticazione e prezzo riescono a riprodurre suoni di tutti i tipi, alcuni mai sentiti prima. Esiste un software con i suoni dei grandi pianoforti da concerto, uno detto “Vienna” che contiene i suoni di tutti gli archi, singoli o in quartetto o come uno li vuole, e poi suoni di sassofoni ed ogni altro ottone in qualsiasi combinazione… Insomma, un labirintico paradiso.
Ed ora, tutto ben organizzato, mi dedicherò allo studio dell’uso di un secondo tasto. Per i trilli, si capisce.
martedì, giugno 03, 2008
Allegre e spensierate le paperette crescono in tutte le direzioni tranne che in altezza, ed anche quella che un giorno di tregenda si è fatta trovare a panza in su, incapace di girarsi e rialzarsi, percorsa avanti ed indietro da tutto il resto della truppa che la usava come morbido zerbino, pure lei è pimpante e gagliarda. Certo, adesso che hanno via libera nel recintone devono competere con i pulcioni che sono più agili e salterelli: però non si rotolano più tanto spesso a valle e si sono aperte dei varchi e sentierini su cui scivolano come fossero in acqua. Già, l’acqua. C’è, oltre alla tramoggia da cui possono bere tutti quando vogliono, una vaschetta la cui acqua viene cambiata spesso (gli animali hanno bisogno di acqua pulita, o si ammalano). Appena sentono il rumore della vaschetta che viene pulita e riempita, eccole arrivare di gran carriera, ciabattando rapide e stringendo le curve per arrivare il prima possibile, quasi potesse sfuggir loro qualcosa: infilano i becchi sott’acqua, la riempiono di schifezze fangose, si fanno un veloce pediluvio in modo da assicurare una sufficiente paludosità e se ne vanno felici e contente ancheggiando seducenti e mormorando sommessamente i loro qua qua soddisfatti. Ogni tanto, due o tre volte al giorno, raccolgo un bel po’ di verdura fra i filari della vigna, cicoriette, trifoglini, lupinelle, e ne faccio dei mazzetti che distribuisco spingendoli all’interno della rete. L’assalto è immediato e generale. Devo essere velocissimo a posizionare svariati mazzetti perché voglio evitare che nella competizione si sbecchettino fra loro e soprattutto che mi sbecchettino le dita, cosa molto disdicevole che le paperette tentano sempre di fare, essendo dotate di collo telescopico e di testolina che passa fra le maglie della rete. Ma può un chitarrista farsi sbecchettare le dita da una papera?
martedì, maggio 27, 2008
Escono a tappo, come fossero sparati da una bottiglia di spumante, appena apro la porticina che li ha tenuti chiusi ed al sicuro durante la notte. I polletti si cominciano a distinguere uno all’altro, ne abbiamo individuati due su dieci: Mini e Crestina. Mini si riconosce per le dimensioni e perché zoppica: lo abbiamo visitato per vedere se la gambetta sifolina ha qualche problema serio ma sembra di no, deve trattarsi di un sintomo psicosomatico. Crestina ha un accenno di microescrescenza rosa sulla zucca e sbatacchia le alucce per accelerare la corsa verso le nuove avventure che l’aspettano nel recintone di recente costruzione. Tranne Mini, tutti gli altri si precipitano verso i nuovi territori ancora inesplorati dove scorrazzano felici per tutto il giorno salvo tornare a casa quando hanno sete o fame di granaglie. Il terreno è piuttosto scosceso, nel recintone, e le paperette devono inventarsene di tutti i colori per riuscire a salire le scarpatelle su cui invece i polletti salgono senza problemi: ma si sa che le paperette hanno un modo di camminare traballante ed ondivago e minuscole alucce che non le aiutano per nulla nella propulsione. Ieri una è quasi riuscita a raggiungere l’ambita meta, cioè uno spiazzetto dove le sue colleghe stavano già ingollando sassolini e bacarozzi, quando un piedone palmato deve aver perso l’appiglio perché è ruzzolata a valle con una capriola per fermarsi in mezzo ad un cespuglio. Si è subito ripresa, ha riaffrontato la salita ed è riuscita a superare ogni ostacolo arrampicandosi con il becco, le zampe e soprattutto la pancia, che nel loro caso sembra essere prensile.
Adesso che i polletti si sono ben ambientati penso che sia tempo di comperare un paio di ovaiole adulte che ci facciano le uova. Siccome saranno molto più grosse rispetto alla truppa degli adolescenti esploratori e visto che dovranno convivere, abbiam pensato di ritardare il loro arrivo per offrire un vantaggio ai giovani, a scanso di beccate e prepotenze varie. Almeno adesso, con il recintone a disposizione, una via di fuga è sempre pronta ed accessibile. Uno di questi giorni comincerò a costruire i ponticelli, scalette e viadotti per facilitare i transiti della truppa, ed anche i nostri: non è detto che le galline ovaiole facciano l’uovo proprio dove noi vorremmo, cioè nella casetta; potrebbero scegliersi un posticino all’ombra nel recintone, ed allora ci toccherà entrare a cercare il tesoro nascosto. Perciò sarà bene avere qualche facilitazione, visto che noi non abbiamo le alucce per spingerci verso l’alto, né pance prensili per avanzare strisciando come Qui Quo e Qua, le paperette.
martedì, maggio 20, 2008
Ho deciso di sottrarre questa minuscola azienda agricola agli ossessivi controlli cui mi sottoponeva l’essere ufficialmente biologico. Visto che mai ho osato contaminare le nostre terre con i puzzosissimi 30/30/30 ed analoghe numerazioni variabili (i numeri rappresentano la proporzione in cui nel sacco son presenti azoto, fosforo e potassio) mi considero un coltivatore biologico doc, anche senza i crismi di organismi certificatori. Di questi organismi ce ne sono almeno tre che si dedicano, indipendentemente uno dall’altro, a tormentare gli agricoltori biologici, e giustamente, perchè è loro compito vedere se l’onesto contadino usa pesticidi e diserbanti, insetticidi e concimi chimici dopo aver giurato di non farlo –e dopo aver ricevuto un contributo CEE a risarcimento del minore prodotto ottenuto dai campi-. Ma perché tre? E le carte che bisogna compilare! I registri, la burocrazia, i viaggi per uffici, le riunioni…Si viene fotografati dall’alto con obiettivi spia che vedono tutto ma trascurano dettagli essenziali come le piante da frutto e gli olivi sparsi –fenomeno tipico di queste zone- e che dunque fan partire accertamenti basati sul presupposto che dette piante non esistano.
Enough! Balzo sul cingolato e avvio l’Ipod per coprire il rumore del motore che fa da bordone alle musiche preferite. Telefonino messo su vibrazione, ecco che parte il moderno contadino bionico: altro che biologico!
mercoledì, maggio 14, 2008
Si potrebbe pensare che sono spinto da una coazione a ripetere, e che la mania che mi affligge sia la costruzione di pollai: infatti ho deciso di organizzarne uno qui a Trieste, dietro la casetta-laboratorio che costruì mio nonno Nino, per alloggiarvi qualche pollastro e qualche ovaiola. Qualche uovo autoprodotto ed un pollo arrosto ogni tanto penso siano i benvenuti sulla mensa della casa di famiglia. E poi può accadere che ogni tanto ci portiamo in vlleggiatura le nostre galline, così, per far loro conoscere un po’ di mondo. Inoltre essendo io dotato di numerosi nipotini e nipotine che, vivendo in città, hanno poche occasioni di incontrare qualche gallinaceo per strada, mi sembra una buona cosa che possano familiarizzarsi un pochino con una vera fonte produttrice di cibo. Una delle maggiori cause di malessere spirituale è proprio il distacco dalla realtà del mondo naturale e dai suoi insegnamenti. Le grandi leggi naturali che un tempo guidavano le nostre vite sono state sostituite da leggi umane che, essendo incomplete, difettose e spesso serve di cattivi padroni, non fanno un buon lavoro. Le leggi dovrebbero educare, e solo raramente obbligare. Leggi che permettono guerre ed altre schifezze non possono essere buone leggi: ed oggi come ieri e, temo, domani, le guerre abbondano e le schifezze non si contano. Perciò se ne deduce che l’essere umano è in genere troppo idiota per costruire un sistema di norme giusto ed equilibrato. E ve lo dice uno che ha un padre, un fratello, due figli ed un nipote avvocati. E vabbe’, pazienza. Mi è di conforto pensare che evoluzione e rivoluzione sono essenzialmente processi personali, e che dunque ognuno/a di noi ha la possibilità di invocare e provocare la propria crescita e di disegnare il proprio destino. Naturalmente occorre volerlo fare ed accettare la lotta necessaria a svincolarsi dalle convenzioni. Una delle chiavi magiche consiste nel raggiungere un livello di autorevolezza interiore sufficiente a stabilire ciò che per noi è sacro: faccenda non facile, perchè ci obbliga a passare per alcune strettoie molto scomode, come ad esempio la ridefinizione del nostro sistema di credenze e quindi del nostro sistema di valori. Questo lavoro di revisione totale dei sistemi esistenti ed operanti dentro di noi è faticoso ed a volte doloroso, e sono in pochi ad esser disposti ad intraprenderlo. Fra l’altro ci vuole anche dell’intelligenza, oltre ad onestà intellettuale e ampia spregiudicatezza di pensiero. E’ molto più comodo “credere”, “obbedire”, “adeguarsi”, che ricercare, interrogarsi, imparare. La responsabilità di stabilire i nostri sistemi di credenze, di valori e di sacralità è un fardello che molti preferiscono scaricare sulla groppa della società: che sia lo stato ad occuparsi della mia salute; che sia la scuola a decidere della mia educazione; che siano i preti a stabilire il mio rapporto con le dee e gli dei. Che sia loro la responsabilità della qualità della mia vita. Io ho altro da fare, ho cose ben più importanti cui pensare. Non ho tempo nè energia per occuparmi di queste quisquilie. Devo organizzare la mia vita pedissequa e microbica, io.
giovedì, maggio 08, 2008
I pulcini salutano e ringraziano. Ormai hanno a disposizione tutto il recintino antivolpe da esplorare e persino le paperine riescono a superare il gradino d’accesso con strisciante disinvoltura. I polletti saltano come grilli, ma le paperine no e dunque devono arrangiarsi. Durante la notte nella casetta dove dormono si accende una luce termica sotto la quale, ad osservarli dal buchino nella porta, stanno tutti rannicchiati pigolando sommessamente. Fra una settimana quando ritorno da Trieste aprirò loro il vasto mondo della nuova voliera, the Chicken Palace, cento metri quadri di architettura protetta. Servirà come eventuale via di fuga per quando arriveranno le galline ovaiole che potrebbero decidere di insegnar loro l’educazione approfittando del fatto d’essere più grosse. In effetti accade abbastanza spesso che in un pollaio ci sia un pollo che vien preso di mira dagli altri abitanti e che serva da valvola di sfogo per le nevrosi pollesche: in fondo vivono in cattività, e le loro prospettive di carriera sono molto limitate, dunque ci si può aspettare qualche manifestazione violenta, ogni tanto.
Ieri poi mi sono trinciasarmentato, ovvero reso ben praticabili, alcuni chilometri di stradine in giro per il podere. Il trattore cingolato è una potenza e si tira dietro un marchingegno, la trinciasarmenti appunto, che consiste di un cassone chiuso –ad impedire che i frammenti della lavorazione sassi compresi schizzino alla velocità della luce da tutte le parti- in cui ruota velocissimo un sistema di martelli d’acciaio che tritano qualsiasi cosa capiti loro a tiro. Quella che sembrava una disordinata crescita primaverile di varietà vegetali infinite tendente a trasformare le stradine in praticelli viene rasa al suolo dal passaggio del mostro rombante, ed alle spalle ci si ritrova una via pulita, transitabile e ben definita. Il magico effetto non dura molto e fra un mesetto bisognerà ripassarci: ma intanto questa è fatta.
L’orto cresce e viene tecnologicamente aggiornato con i più sofisticati sistemi di distribuzione dell’acqua. Quasi tutti in posizione i tubini preforati, i capillari, le saracinesche ed il più avanzato di tutti, l’annaffiatoio. Una volta completato il sistema (lavoro che si fa ogni anno all’inizio di stagione) l’orto verrà annaffiato una volta al dì per mezz’oretta in automatico. Idem per il giardino. T’amo, tecnologia!
martedì, maggio 06, 2008
Si riparte con l’attività agricola, ed è opportuno farlo prima che la giungla circostante abbia ragione di noi e delle aree civilizzate che circondano la casa. Avete presente con quanta rapidità la giungla si riappropri delle umane escrescenze, piramidi comprese, nelle zone un dì abitate da Maya, Inca, Aztechi e Toltechi? Be’. Fatte le debite proporzioni, e sostituito il giaguaro col cinghiale, qui il fenomeno è analogo. Pare che nel corso di un secolo il terreno si elevi di trenta centimetri ad opera del depositarsi di elementi organici di varia natura, e che dunque in tempi relativamente brevi ogni manufatto scompaia, un po’ come quando un manto di neve ricopre ogni cosa e la trasforma: solo in modo ben più definitivo. Dunque eccoci qua a sgambettare fra vigna –dove prosegue l’ingrato compito di schiacciamento bruchi masticatori- e piccoli meli innestati, quelli che con impari lotta cerchiamo di salvare dalla maleducata ingordigia dei grufolanti quadrupedi. Ho avuto conferma che su questi colli vengono abbattuti quattrocento cinghiali all’anno e mi chiedo come fanno ad essercene ancora così tanti in giro.
Poi c’è una new entry: dieci pulcinetti e tre anatrine che sono adesso ospitate nel pollaio reso deserto da precedenti incursioni della volpe, quella che ha lasciato l’impronta digitale sul palo di sostegno: una prova che, se si arriva al processo, sarà determinante nello stabilire la colpevolezza della bella assassina.
Diatriba in corso sull’opportunità di preparare la vaschetta con l’acqua per le anatrine. Le anatre sporcano molto l’acqua dove nuotano, riducendola subito in un pantano che poi si divertono ad ingollare e digerire. Ma questo, alla lunga, ne peggiora il sapore e quando infine finiscono in pentola sanno più di pesce che di volatile. Tuttavia è troppo carino vederle tuffarsi e navigare nell’acqua e spingersi su e giù con quei piedini palmati. Intanto la vaschetta ce l’hanno a disposizione, perché la pentola è molto lontana. Nel frattempo il pollame ha a disposizione un nuovo super recinto di cento metri quadri, circondato e coperto dalla rete destinata a scoraggiare ogni attacco volpesco, fainesco ed anche, mi dicono da più parti, cornacchiesco. Pare cioè che pure le cornacchie si divertano a catturare i pulcini… Dico, è o non è una giungla?
martedì, aprile 29, 2008
Canto di un contadino errante alla Montanina.
“Fossi nato sgabellino sarei piccolo e carino: ma son nato sgabellone, sono grande e son….”
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artista musicista contadino
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