scudo della montanina

martedì, novembre 10, 2009
Devo dire che la nuova caldaia a legna è un vero bijoux. Sto ancora imparando le manovre di fine tuning, necessarie ad ottimizzare il consumo di legna: verrebbe da riempire la sua vorace fornace, ma l’acqua  potrebbe diventare troppo calda e toccherebbe riscaldare anche il pollaio. Si tratta di mantenere un fuoco proporzionato ai vani da riscaldare, e questa proporzione dipende da fattori come l’umidità della legna, la temperatura esterna, il numero di stanze…Oggi, siccome a Capodanno arriveranno degli ospiti numerosi e paganti, dovrò installare quattro orologi accanto ai termostati di zona onde calmierare, almeno di notte, l’erogazione calorica.
Mase ed il suo giovane clone Leonardo verranno a tracciare un sentierino nel bosco che mi permetta di raggiungere senza troppe sofferenze alcune querce di discreta stazza che si sono seccate nel corso dell’estate. Succede, nei boschi che non vengono diradati, ed è un ottimo segnale: tempo di intervenire, pulire, esboscare e, durante l’inverno, operare astuti tagli che piano piano trasformino il vecchio ceduo in alto fusto. La differenza è fondamentale, almeno per l’occhio: ma secondo me anche per altri motivi, come ad esempio la copertura fogliare e la riproduzione del bosco stesso. La tecnica del taglio ceduo deriva dal fatto che la quercia (roverella, cerro e company) ha la proprietà di rigenerarsi dalla radice dopo esser stata tagliata. Questa caratteristica –che è particolarmente presente e vigorosa fino a circa trent’anni d’età della pianta- consente di operare tagli ogni quindici, vent’anni (a seconda della venienza del bosco). Quando il bosco è in età si taglia tutto lasciando una madricina, cioè una bella pianta robusta e sana, ogni dieci metri. Le madricine assicurano una parziale copertura fogliare, necessaria ad ombreggiare il suolo d’estate (ci sono microrganismi che non sopportano la luce diretta) ed una protezione del terreno dall’impatto diretto delle piogge, che tendono a scavarsi canali e torrenti non desiderati. Inoltre, le madricine assicurano la riproduzione per seme –la ghianda-, che a sua volta è una funzione essenziale. Si lascia dunque una bella pianta ogni dieci metri e si ha cura di esboscare, cioè di togliere la legna tagliata lunga un metro, il prima possibile: quando si esbosca, infatti, si lanciano i pezzi di legno a centinaia verso la stradina sottostante e spesso bisogna fargli fare più salti. Quest’operazione tende a distruggere le nuove pianticelle che stanno nascendo dalle ceppaie tagliate, e dunque va fatta quando non fa troppi danni. Un bel bosco ceduo può produrre dai cinquecento ai mille quintali di legna per ettaro, ed una caldaia come la nostra, più i vari caminetti e stufe sparse consuma (siamo ancora sub judice) fino a centocinquanta quintali all’anno, tanto per dare una misura sia pure approssimativa. Noi siamo i fortunati possessori di venti ettari di bosco, che poi è uno dei motivi per cui abbiamo installato la caldaia a legna: perciò si tratta solo di portarsela a casa. Uno scherzetto.
L’altro modo di intervenire in un bosco è il cosiddetto avviamento ad alto fusto.  I tagli sono molto ridotti, e di conseguenza anche la quantità di legna che si produce, ma il bosco, sia pure con i suoi tempi piuttosto lunghi (qualche secolo)  pian piano si popola di querce sempre più possenti e maestose, magiche guardiane del territorio. Be’, nell’attesa faremo i magici sentierini.
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sabato, ottobre 31, 2009
Fermo restando che tutto scorre, come diceva Eraclito di Efeso, bisogna pur trovare uno o due punti stabili cui fare riferimento, nel travagliato viaggio della vita. Ma siccome tutto per l’appunto scorre, anche codesti riferimenti non saranno fissi, partecipando anch’essi del generale maelstrom che nutre spiriti e corpi. Cosi’ accade che, per crearci un sia pur illusorio senso di sicurezza, visto che non possiamo fermare l’universo, fermiamo noi stessi. Abbracciamo le nostre abitudini come fossero un’ancora di salvezza, e persino i nostri difetti diventano caratteristiche identificative. In un mondo cangiante, come si fa a definire una personalità? Ma.. .si può tirare avanti senza una identità che ci conforti e rassicuri?  Certamente ricorderete il filosofo Nagasena cui l’imperatore della Cina chiese come lo si doveva chiamare. “Chiamami Nagasena, imperatore, benchè nel mio caso non si possa parlare di identità permanente”.
Ma noialtri che non siamo così evoluti da poterci dimenticare di chi siamo, noi che abbiamo bisogno di assi cartesiani che ci rassicurino sulla congruenza dei nostri pensieri e delle nostre scelte, noi facciamo bene ad avere nome e cognome, targa di macchina e numero di telefono. Noi vogliamo che sia ben definito lo spazio che occupiamo, e che il terreno su cui poggiamo sia ben solido. Così ci circondiamo di un corpo di leggi complesso ed oneroso destinato a descrivere l’appropriatezza e la legittimità di ogni nostro pensiero, desiderio, progetto, azione. Mi pare che il numero e la complessità delle leggi di cui un gruppo umano si dota sia inversamente proporzionale alla sua evoluzione. Immagino che legislatori ed legulei non siano d’accordo, ma il labirinto di norme e regole che dovrebbe armonizzare i flussi dell’energia fra gruppi umani in realtà li frena e li umilia. Spesso li corrompe, perchè quasi tutte le leggi che si producono ignorano, quando non irridono, le grandi leggi naturali: senza il rispetto delle quali sembra davvero che gli umani pensino di essere più importanti di ogni altra cosa. Questo senso di importanza personale in realtà è una specie di contentino autoreferenziale che dovrebbe sostituire la nostra indisponibilità ed incapacità ad evolverci. Siamo pigri e paurosi (oltre che disinformati, manipolati e presi per i fondelli), e l’evoluzione comporta fatica e rischio. Siamo privi di sensibilità per gli altri milioni di esseri, e dunque li abbiamo collocati fra i nostri servi. Abbiamo persino inventato libri “sacri” che istituzionalizzino questa posizione –palesemente violenta ed ingiusta-.. Tutto pur di non confrontarci con la semplice, luminosa realtà dei fatti: nelle infinite braccia della Creazione, siamo tutti eguali. Per questo non ci sarà MAI democrazia finchè nel Consiglio non si sentirà la voce di tutti gli esseri, e non solo quella di chi bercia più forte. Dov’è, oggi, la voce delle piante? Dov’è la voce degli animali? Dove quella dei minerali e delle rocce, quella dell’oceano e dei fiumi e ruscelli? Nessuno speri d’esser trattato con giustizia, se lui per primo non tratta con giustizia il proprio mondo.
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sabato, ottobre 24, 2009
Abbiamo appena inaugurata la nuova caldaia a legna, e già l’amo. Le abbiamo costruito una casetta dove possa sentirsi a suo agio, vicina alla legnaia così che sia comodo nutrirla: da lì partono numerosi tubi di rame che raggiungono, dopo aver attraversato tutta la casa, la lavanderia, che funge anche da sala tecnica e che ospita l’altra caldaia, quella a gas. Ma il gas è costosissimo, è soggetto a mille balzelli e le miscele che lo compongono non vengono mai controllate da alcun incaricato ufficiale, per cui ogni rivenditore può rifilare ai clienti le proprie mescole senza problemi. Di conseguenza la resa del gas varia, le calorie che produce bruciando son ballerine ed uno se ne accorge quando è troppo tardi ed il bombolone è ormai pieno e la fattura pagata. Perciò, visto e considerato che siamo proprietari di venti ettari di bosco, abbiamo deciso di dotarci di questa nuova antica tecnologia, che bruciando la stessa quantità di legna che avremmo comunque consumato con le stufe di casa, riesce ad alimentare tutti i termosifoni ed a creare un teporino diffuso veramente piacevole.
Tuttavia ci sono alcuni aspetti problematici, almeno per il primo inverno: ad esempio, per essere sicuri occorre avere in legnaia circa il doppio della legna che stoccavamo abitualmente: questo perché la nuova caldaia sostituisce quasi del tutto quella a gas, oltre a rendere inutile la vecchia stufa di casa. E poi bisogna avere anche la legna per il camino, che ogni tanto viene acceso per il piacere di godersi il fuocherello. Eccoci dunque a maneggiare un centinaio di quintali di quercia e cerro, caricati nel bosco, tagliati a misura, accatastati con somma cura e pian piano erosi dall’uso quotidiano; ma adesso non dobbiamo più trascinarci la legna su per le scale fino in casa né abbiamo la compagnia della solita montagna di ciocchi ammucchiata vicino alla stufa, fonte di polvere e rifugio di animalini vari. Nell’insieme, un bel passo avanti verso l’autarchia e l’indipendenza, ed un caldino diffuso in casa come mai prima d’ora.
Adesso stiamo imparando ad usarla per bene perché per quanto semplice anche la nuova caldaia ha le proprie particolarità e qualche orologino a display che va regolato, sintonizzato, convinto a funzionare.  Fra qualche giorno costruirò la porta della sua casetta, perché anche lei ha il diritto di starsene al caldo.
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domenica, ottobre 18, 2009

Dopo qualche anno di separazione dovuta ad incomprensioni lavorative le luci della ribalta si sono riaccese sulla splendente, sia pur tozzetta e tracagnotta, figura del grande Mase, l’escavatore umano. E’ probabilmente il più antico albanese clandestino in paese, giunto qui sospinto, come tutti gli emigranti, da povertà e tormento politico ed attratto dalle sirene della televisione e del tipo di vita che induce ad immaginare. Ma le cose essendo nella realtà un po’ diverse.da come son descritte dai palinsesti, ecco un Mase di vent’anni più giovane che cerca lavoro, un lavoro sicuro se possibile (non è possibile), e dunque si adatta a fare ogni cosa, soprattutto il manovale in edilizia e lo zappatore ove richiesto. Non riesce ad imparare bene l’italiano, non si procura un motorino con cui spostarsi, dorme in un sottoscala ospite di una vecchia signora. Mangia pasta e patate, spedisce quasi tutto quello che guadagna alla moglie e figlia a Tirana. Quando ha capito che cosa ci si aspetta da lui, ed in genere si tratta di lavori di bassa manovalanza, vi si avventa con insospettata energia e produce chilometri di canali e scavi vari in tempi brevissimi. Attacca a lavorare alle otto e non si ferma fino alle cinque di sera, senza sosta per il pranzo (che è la funzione più sacra per ogni operaio) perché è ramadan, e di ramadan non si mangia. Ma tutti quelli che come me lo impiegano di tanto in tanto sanno benissimo che non è la religione che gli impedisce di mangiare, ma la voglia di fare quell’ora in più, di acchiappare quegli otto euro sudati. E comunque, quanto dura il ranadan? Non durava un mese? Perché il ramadan di Mase è eterno, una devozione che continua tutto l’anno.
Mase, diciamoci la verità, ha un caratteraccio. Penso che sia un po’ timido, un po’ tonto ed un po’ prepotente: perciò si esprime con un linguaggio estremamente basico e rustico torvamente esternato con grande determinazione. L’effetto è strano ed irritante, ma dopo un po’ ci si abitua. Certo, è comprensibile che nessuno lo assuma in pianta stabile: chi lo vuole sempre attorno uno così?
Questa volta Mase si è portato appresso un amico, albanese pure lui, di vent’anni più giovane (Mase ormai deve avere una cinquantacinquina d’anni) e fatto della stessa pasta d’acciaio. Leonardo. ‘Da Vinci?’ gli dico, così tanto per dire una sciocchezza. ‘No, Di Caprio’, fa lui. Benissimo. Basta che pedali.  I due compagni, uno cupo e corrucciato e l’altro, Leonardo, più contento della vita –sia pure con svariate riserve-, si son zappati tutta la vigna, tutti gli olivi e se non li fermavo si zappavano pure la casa. E la presenza di Di Caprio ha molto eqilibrato la miope irruenza di Mase, che da solo potrebbe  facilmente zappare via una o due piante di vite, cosa già successa, rendendo il lavoro più pulito e preciso. E quando si è trattato di accatastare cinquanta quintali di legna, che sono una bella montagna, Mase andava su e giù con la carretta, e Leonardo faceva le colonnine e sistemava i pezzi al meglio, come faceva con le pietre quand’era muratore. Un buon team, e li farò tornare ancora perché lavorano con entusiasmo e sono felici quando vengono lodati e non si lamentano del tipo di lavoro richiesto. Certo, persone così potrebbero trasformare il loro paese d’origine, se solo li lasciassero fare e fosse loro permesso di applicare la loro buona volontà in casa loro. Certo, poi dovrei zapparmi la vigna da solo. Che sia meglio così?
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venerdì, ottobre 09, 2009
Eccoci dunque al dunque. Il mosto sobbolle ormai da giovedì scorso, nove giorni, e s’avvicina il momento di svinare, torchiare e mettere nella botte. Dai duecento chili di uva che abbiamo raccolto trarremo più o meno centoquaranta litri di vino, un Merlot in purezza. Ne avremmo fatto un po’ di più, diciamo altri trenta litri, se uccelli di dubbia provenienza non avessero approfittato della nostra assenza per banchettare con lauti grappoli. C’era Luigi di guardia, ma sembra che gli uccelli si siano fatti beffe dei nastrini miserrimi da lui appesi ai fili per terrorizzare il nemico. Tornati, abbiamo cosparso la vigna di buste bianche di plastica, di occhioni policromi dipinti (pare che gli uccelli temano gli sguardi corrucciati di questi grandissimi occhi sospesi a mezz’aria) ed abbiamo pure rimesso in attività la coppia di anziani spaventapasseri, ritruccando le loro bocche stinte ed aggiustando i loro cappelli ciancicati. Tutti questi parafernalia sono in effetti riusciti a salvare il raccolto, ed io son pronto per la svinatura. Sarà un vino buonissimo. Salute!
Nel frattempo, tanto per tenervi aggiornati, stiamo installando la nuova caldaia a legna, quella che dovrà occuparsi del riscaldamento generale della casa sollevando la attuale caldaia a gas da buona parte del suo lavoro. Quando la caldaia a legna non produce abbastanza calore, ecco che interviene quella a gas a fornire le ultime calorie necessarie.  Quella della caldaia a legna sembra una scelta intelligente, visto che siamo proprietari di svariati ettari di boschi e che la legna costa molto meno del GPL. Staremo a vedere quest’inverno, vi saprò dire. Certo, fra fuocherello e vinellino si rallegra il contadino.
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venerdì, settembre 25, 2009
Il burqua è una delle vergogne dell’uomo. Ci sono miriadi di burqua, di ogni forma e colore e descrizione, interiori ed esteriori, sintomi di un male profondo ed antico che attanaglia l’umanità dal sorgere del patrilinearismo fino ad oggi e, temo, oltre. Il successo del patrilinearismo ha modellato ogni istituzione ed ogni scelta fondamentale, e fin dove ha potuto ha influenzato anche i comportamenti individuali, gli atteggiamenti, le priorità, il sistema di credenze e dunque il sistema di valori di ogni persona. E dunque, le sue scelte. Ha manipolato il linguaggio ed ha orientato le fedi in direzione opposta al rispetto ed all’amore per la Terra, operando per allontanare dalla coscienza la consapevolezza che noi, alla Terra, dobbiamo tutto. Perchè? Perchè, sapendo questo, cioè che non potremmo esistere senza la Terra, verrebbe naturale sentire della riconoscenza verso colei che ci fornisce l’aria, l’acqua e tutto il resto. La riconoscenza ci indurrebbe a rispettarla, e diventerebbe molto difficile sfruttarla senza pietà, come stiamo facendo. Non voglio entrare adesso nel complicato discorso e nel doloroso elenco degli innumerevoli misfatti e dello spaventoso danno spirituale che l’egemonia maschile, nel suo creare squilibrio, ha determinato, perchè sarebbe inevitabile essere superficiali e poco esaustivi. Ma certamente l’umiliazione e la sottomissione della donna è stato, ed ancora è, uno degli ingredienti fondamentali della supremazia maschile. Il risultato è sotto gli occhi di chiunque voglia vedere. Quindi, volendo un mondo migliore, è bene cominciare a guardarci i nostri burqua interiori. Solo così possiamo evolverci e solo evolvendoci possiamo migliorare. Tutto ciò, dal punto di vista etico. Resta il fatto che il burqua, dal punto di vista estetico, nel suo fluttuare nella lieve brezza che arriva dal deserto è un indumento elegantissimo.
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mercoledì, settembre 23, 2009
L’Afghanistan è una terra sacra, sacra come ogni altra terra del nostro pianeta. I suoi colori sono l’ocra, il bruno, il denso giallo del deserto pietroso, le sfumature delle piste delle carovane, le ombre delle piccole case di argilla cotta al sole, e qualche poetico azzurro e turchese delle cupole delle moschee che si fonde con il terso cielo infinito. Tutti gli abiti che si vedono passare, tutti i burka indossati dalle donne sono beige, grigi, azzurro polvere, marroni. I cammelli sono color cammello, le città viste da lontano sono perfettamente integrate fra montagne e vallate, stesso colore, stessa densità, stessa sostanza. Se non fosse situato fra Russia, Persia, Pakistan, Himalaya, Cina e chissà cos’altro, nessuno lo prenderebbe in considerazione. Se non fosse il più importante produttore d’oppio del mondo, chi mai se ne ricorderebbe? E’ da tempi immemorabili che l”occidente si avvale delle risorse afghane, specialmente dell’oppio. E’ inutile e stupido tergiversare: senza oppio la nostra civiltà non esisterebbe. Tutte le classi dirigenti, nei secoli e fino ai giorni nostri ed in ogni ambito, hanno trovato conforto nell’oppio e nei suoi derivati. Molto più difficile è stato il cammino delle classi più povere –cui peraltro è stato opportunamente insegnato che “sono nate per soffrire” e che questa “E’ una valle di lacrime”. La valle di lacrime è pertinenza delle classi povere, non certo dei potenti. Muoiono i soldati, non certo i generali. Soccombono i pretini, mai i cardinali. Impazziti per il dolore si spaccheranno la testa contro il muro i contadini ed i servi della gleba, disperati per un insopportabile mal di denti: i vescovi, i conti, i feudatari ammanicati troveranno la pallina d’oppio che farà loro superare il momento, la crisi, la pena. La Via della Seta traversava l’Afghanistan ed era percorsa da carovane i cui carichi erano in parte balle di seta –l’unico tessuto che mantenga una temperatura costante intorno al corpo-, dicono: questo, finchè lo spionaggio industriale dell’epoca non riuscì a trasportare un po’ di bachi in Europa, come accadde con il caolino che consente di trasformare la rozza ceramica in porcellana. Ma la principale esportazione dall’Oriente all”Europa era l’oppio. Non c’è NULLA che l’essere umano non farebbe per evitare il prolungarsi di un dolore insopportabile. Non vi sono norme etiche, morali, comportamentali, ideologiche che abbiano la forza di interporsi fra l’umano ed il suo desiderio di por fine alla sofferenza. Certo, esiste un’area della mente dove il dolore non viene avvertito, e dove può esser sublimato in forma devozional/sacrificante. Esistono in effetti aree della mente dove noi possiamo credere in tutto e nel contrario di tutto. Posso capire che farsi arrostire sulla graticola, per qualche individuo, rappresenti una grande gratificazione. Ma è un suicidio, e dunque rimane un fatto personale. I mezzi che l’individuo trova per esaltarsi e per accettare il dolore conseguente, sono mezzi individuali, non esportabili. Le persone non esaltate cercano di evitare il dolore, e sono disposte a tutto per ottenerne la cessazione. La cessazione, non l’accettazione. La libertà da, non l’adattamento a. Quindi è vano sperare in una soluzione per l’attuale occupazione dell’Afghanistan: possiede l’oppio, possiede gli accessi all’acqua proveniente dal Karakorum, possiede inesplorate vastissime aree minerarie –petrolio, gas, materie prime di ogni tipo. E’ un crocevia di molte culture, visitato e transitato nel corso dei millenni: persino Alessandro Magno vi fu di casa al punto da fondarvi una provincia del suo impero. Stare lì significa presidiare la fonte dell’oppio. Faccio perciò fatica a riconoscere gli intenti umanitari delle intrusioni armate. Prego per il popolo afghano, perchè nessuno riuscirà a domarlo e dominarlo, e questo costerà sangue e lacrime senza fine.
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venerdì, settembre 18, 2009
Nella nostra vita veniamo chiamati con molti nomi. Quasi ogni passaggio importante, e molte esperienze significative sono accompagnate da un cambiamento di nome. Come diceva Ronald Laing, che fu famoso illis temporibus, quando gli intellettuali ancora leggevano Monthly Review e Quaderni Piacentini e rinforzavano gli scaffali delle loro librerie per sostenere le migliaia di pagine di Paolo Spriano, ogni istituzione totale tende a cambiarti il nome. E che cos’è un’esperienza coinvolgente e duratura se non un contesto totale? Alla fidanzata che vi accarezza e vi chiama Cicciuzzo Bello pensate forse di ribellarvi? E se quella continua ad amarvi e magari vi sposa, sarete Ciccio per sempre. Se poi vi capita di finire in convento e vi chiamate Lucio, diventerete Marco. Se sarete accolti nell’esercito diventerete “Ehi tu, fante della malora!” o “Ehi, Genova, vedi di muovere le chiappe! E poi, carriera permettendo, “Signorsì signor tenente!” o addirittura “Te venisse un colpo, capitano!”, ma sottovoce. Se vi unite ad un gruppo diNativi Americani, dopo i sacri frizzi e lazzi necessari ad attenuare la tensione emotiva dell’attesa si scoprirà che siete “Night Shield, detto Shields, detto Scudo”. Come dire, nomen omen, il nome esplicita la funzione e descrive un destino: Night Shield, Scudo della Notte: siete uno che protegge la gente e che conosce la parte oscura delle persone. Gli scudi un tempo svolgevano varie funzioni, ed una di queste consisteva nell’esplicitare mediante raffigurazioni simboliche la personalità del proprietario: un po’ come quando si sceglie il logo per il biglietto da visita o la carta intestata.
Se finite all’ospedale diventate il Letto 22, oppure “Adenoidi” o “Appendicite”. Se poi siete in galera, eccovi cognome, “Cella 418”, e nome “Carcerato  3165”.
Possiamo sederci ad un tavolo con un foglio di carta davanti, tracciare un cerchio con la matita e cercare di ricordare i vari nomi della nostra vita: come ci chiamava la mamma, il fidanzato, il professore, i colleghi… In quali di questi nomi ci riconosciamo? Che cosa sottolineavano? Esistono ancora dentro di noi? A destra del cerchio, nella posizione dell’Est, si possono mettere i nomi dell’amore e dello spirito. A sinistra, nell’ Ovest, i nomi della vita adulta, In basso, nel Sud, i nomi dell’emozione, del bambino/a. Nel Nord abitano i nostri nomi guerrieri. Come vedete si è configurata una piccola Ruota di Medicina, e volendo la si può ampliare ed articolare, farne un ulteriore strumento par lo studio del/della Sé.
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venerdì, settembre 11, 2009
Harvest, tempo di raccolte. L’Autunno, quando cioè la Terra mostra la sua generosità e fa sì che ogni cosa giunga al suo compimento e chiuda il cerchio delle stagioni, maturando e generando il seme che porta alla nuova generazione tutte le informazioni ricevute in eredità, arricchite delle più recenti esperienze. Frutta, uva, granturco, grano… uccelli cinghiali e caprioli, formiche e vespe in fervente raccolta, altamente competitivi con l’umano che si sbraccia per salvare l’opera sua di giardiniere-custode. Cassette di patate da scegliere e suddividere, trecce e mazzetti di cipolle bianche gialle e rosse da legare ed appendere, centinaia di pomodori da passare, imbottigliare e sterilizzare, pomodori seccati al sole e messi sott’olio, pere sistemate sulla paglia, paglia e fieno messi al coperto per le lettiere invernali dei pollastri. Tutte le ceste e cestini son chiamate a raccolta per accogliere nocciole, noci, lamponi… Le casse si lavano e preparano per la vendemmia, gli spazi e le tettoie si spazzano e si puliscono per la prossima vinificazione. Cavolelle, meloni, zucche vengono riposti nelle dispense e poi, durante l’inverno, verranno ispezionati e scattivati. Melanzane e zucchine grigliate e congelate, orto invernale in preparazione: porri, scarole, insalate ricce, finocchi, cicoria, cavolo nero… Maneggiando, raccogliendo, scartando, mi sento davvero ricco in mezzo all’abbondanza che mi circonda. Produrre e conservare il cibo sembra rispondere a domande antiche ed esistenziali, anzi sembra quasi svuotarle di significato, come se fossero rese necessarie solo dall’allontanamento dalle operazioni più naturali. E’ come dice il Buddha, in seguito perfezionato dai patriarchi e maestri Zen: “Maestro, maestro, che cos’è l’illuminazione?””Hai lavato la tua ciotola?” . Proprio così: “Che ci sto a fare su questo pianeta? E poi, già che ci siamo, che significato ha la mia vita?” “Hai scattivato le patate?”
Mi è difficile pensare ad un’evoluzione umana in assenza di un rapporto diretto con la terra. E’ un po’ come fare musica eliminando gli strumenti: non è che non si possa, ma suona un po’ strana. E poi, una volta fatta la scelta di “liberarsi” per quanto possibile dai doveri assolati e fangosi dei lavori sul campo (perché sporchi, faticosi, socialmente puniti dalla bassa considerazione degli altri, a prescindere dal fatto che senza cibo siamo tutti morti), ecco spalancarsi la grande via maestra dei lavori inutili, autoreferenziali, a basso contenuto energetico e zero contenuto creativo. Non tutti, certo, ma molti. Sfortunatamente, persistere in un lavoro che ci mantiene lontani dalla terra, che anzi prevede ogni comodità, dal non bagnarsi mai quando piove al non avere mai freddo d’inverno né caldo d’estate, alla lunga ci aliena dalla nostra reltà terrigna. Se a questo si aggiunge che lo spirito è stato deportato in cielo e che l’etimologia terrestre (terribile, terrore, terra-terra, terrone, terreo ecc.) è quasi tutta negativa, ci rimane solo quel terminalino dalla cui tastiera dovrebbe uscire il nostro stipendiuccio, quello che ci permette di comperare finalmente le patate, i pomodori, i fagiolini. Lo spirito lo cercheremo quando saremo in vacanza, o nello zendo della strada accanto. Anche così, sia pure perdendo un po’ di tempo a spese dell’evoluzione, forse si chiude un cerchio.
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domenica, agosto 23, 2009
Cito un commento:
Sono molto d'accordo con quello che dici, la nostra società ci ha sempre più allontanati dagli atti basilari che accompagnano il nutrirsi. Ecco che quindi ci si nutre sempre peggio e si cade vittime della golosità e del conformismo. Purtroppo però devo segnalarti che spesso la scelta di nutrirsi solo di alimenti di origine vegetale è fatta per motivi legati allo spirito, la nostra essenza è influenzata da quello che mangiamo. L'energia che apporta una bistecca di agnello è cosa ben diversa da quella di una crema di asparagi e le nostre percezioni ne vengono alterate di conseguenza, meditare per credere....P.S. Sono davvero contento che dopo diversi anni ti abbia trovato ancora qui (lì).

Provo a rispondere:
E’ vero quello che dice l’anonimo lettore/lettrice di cui sopra.
Ricordo benissimo il giorno in cui, dopo un anno di macrobiotica (nella macrobiotica la carne non è proibita, ma se ne fa uso  molto di rado), i miei genitori mi invitarono a pranzo ed io, che di macrobiotica ne avevo abbastanza, aggredii una innocente bistecca. Appena fuori dal ristorante sentii un’energia esplosiva corrermi nelle vene, mi pareva d’esser pronto ad arrampicarmi su per i muri delle case ed avevo l’impressione di essermi impasticcato di qualche amfetamina o simili. Insomma, l’overdose di carne rossa mi faceva capire che sono i carnivori ad aver bisogno di quel tipo di energia, visto che devono scattare, correre ed uccidere possibilmente con un colpo solo. Poi si riposano per tutto il giorno. Non vedrete mai un onesto leone intento a zappare l’orto. Che l’orticello se lo zappino le zebre, pensa il leone, che tanto poi se ne occupa mia moglie la leonessa. Tuttavia, pur essendo vero che diversi alimenti producono diversi livelli di energia –o forse dovrei dire diverse qualità energetiche-, e che dunque l’uso che ne facciamo influenza direttamente la nostra percezione del mondo e di noi stessi/stesse, e che quindi faremmo bene ad accordare la nostra alimentazione in funzione dell’attività che intendiamo svolgere, occorre pure dire che nella letteratura alimentare si legge di tutto. Sono pubblicati concetti e punti di vista fra i più vari e discordanti, ed innumerevoli sono le scuole e le sette che fanno riferimento a teorie, ipotesi e raccomandazioni senza fine. Più volte ho dovuto raccogliere gli occhi che mi uscivano dalle orbite mentre assorbivo le informazioni psico-alimentari della signora Q. (autrice di un famoso libro sull’argomento), che affermava che le solanacee (della famiglia fanno parte peperoni, melanzane, pomodori, patate e molti altri esseri, come il tabacco, il giusquiamo ecc., tutti biechi sintetizzatori di alcaloidi) oltre ad essere sconsigliate in quanto per l’appunto dediti agli alcaloidi, sono da evitarsi anche a causa della loro attitudine imbrogliona. Infatti, afferma la fine osservatrice, basta guardare come le solanacee facciano di tutto per sembrare alberi, mentre alberi non sono e non saranno mai: notate il portamento, vedete come si atteggiano e come mimano le piante da frutto, ben più meritevoli: fusto, branche, sottobranche, fioritura ed infine frutti, frutti grossi e colorati, ben diversi dalla sobria zucchina che per trovarla devi strisciare sotto le foglie immense, frutti esagerati per dimensione, forma, colore, proporzione con la pianta madre. Un tipico esempio di “voglio ma non posso”, dimostrato con innegabile evidenza dal fatto che sono vuoti dentro. Grandi, grossi, rossi e gialli e viola ma sostanzialmente un bluff: aprite un peperone: dov’è? Non vorrete mica chiamare sostanza quella pappina in cui son contenuti i semi del pomodoro, spero! E quella infida spugnosità della melanzana? Una truffa, è chiaro.
Altri affermano che, a ben guardare la nostra dentatura, risulta chiaro che, essendoci dei canini (quattro), questi son testimonianza del nostro essere in parte carnivori: in effetti i canini non servono a triturare le carote, ma a strappare lembi di carne. Poi, tanto per citarli, c’è un gruppo –o c’era, non so se esistano dei sopravvissuti- di persone convinte che l’uso del fuoco in cottura sia una violenza fatta al cibo ed un indebito aiuto alla digestione. Perciò cucinano facendo scaldare il cibo avvolgendolo in coperte, immagino in modo da indurre una fermentazione lattica. Insomma, ce n’è di tutto e per tutti.
Ma bando alle facezie. Ognuno/a, io penso, fa benissimo ad esplorare, cercare, decidere di nutrirsi in funzione dei propri progetti. Va benissimo orientarsi versi i cibi che riteniamo essere più salutari e funzionali al nostro stile di vita. Ma suggerisco di mantenersi su questo livello: mi piace, mi fa bene, è di stagione, è cresciuto localmente ed organicamente, è vario…  Eviterei con cura di far entrare nell’equazione qualsiasi tipo di ideologia. Le ideologie sono come le funi con cui leghiamo le nostre capre: una fune è già sufficiente a limitare l’universo a disposizione.
postato da scudo | 18:23 | commenti

artista musicista contadino